Luigi Squarzina

Recondite armonie (1940)

Benedetto l’articolo femminile che si tende a criminalizzare e a eliminare, e non parliamo del gli ormai d’obbligo al posto del le, onde si dovrà leggere: <<appena chiusa la porta, Paolo gli baciò la bocca>>. Ben lontani da questi imprevedibili progressi della parità sessuale, noi della B ci sentivamo orgogliosi di avere in classe “la” Della Rocca e “la” Zambelli, riconosciute come le più belle di tutto il Ginnasio. Nella V B io ero piovuto nel 1934, scendendo da Como, quando mio padre, dirigente confindustriale, era stato chiamato a capo degli industriali minerari e del marmo, settore a quel tempo importantissimo. Abitando (in affitto) al terzo piano del palazzo Gentiloni all’angolo di piazza San Bernardo, neanche dieci minuti a piedi da via Sicilia e un ottimo tram, ero stato iscritto al Tasso. Che fosse l’istituto classico numero uno della capitale lo scoprii subito senza tremore. L’aula era grande, per venticinque/trenta ragazzi, con i banchi su tre file, in salita. Gli ultimi banchi, in uno dei quali capitai all’inizio, erano molto alti. La cattedra stava su una piattaforma. La porta del corridoio era accanto, sulla destra. A sinistra i finestrini, ma la novità vera era che le classi erano miste, una sorpresa per me che venivo da un ginnasio privato comasco con classi maschili e femminili. La mia timidezza, o riserbo da romagnolo, e la difficoltà di ambienti sia in città che a scuola mi impedirono lì per lì di farci molto caso; il problema era semmai il rapporto con i compagni. Questo ghiaccio non si ruppe finché non mi si avvicinò Vittorio e attaccò discorso: un evento; lui era il primo della classe e la sua amicizia era la più ambita, ma di amici veri non ne aveva, come me, nonostante fosse “romano” da parecchi anni. Così mi si sciolse dentro il nodo del nuovo venuto e potei guardarmi attorno come per la prima volta. “La” Della Rocca e “la” Zambelli stavano al primo banco della fila del lato della porta, bionda una (o castana?) e bruna l’altra, collegate da una qualche “recondita armonia – di bellezze diverse” come quella da cui si era fatto incantare Cavaradossi e della quale non sapevo ancora niente. A tredici/quattordici anni non ero mai stato innamorato, il sesso era tabù, uno scrigno sigillato. A far saltare il chiavistello provvide come succede, un compagno dei banchi alti, tal M., romano, non alto, tarchiato, un po’ riccio, con dei labbroni tumidi, totalmente disinibito. Io ancora non avevo amici: una mattina, riparati come eravamo dalla spalliera sotto di noi, estrasse con cura dai calzoni di fustagno ( si usava molto il fustagno, io non lo portavo; anche nelle famiglie benestanti i ragazzi avevano due vestiti, ripeto due, uno per l’estate e uno pesante per l’inverno) estrasse , dicevo, lentamente, un affare di dimensioni che mi parvero, e anche adesso nel ricordo mi paiono notevolissime, tali da giustificare il compiacimento con cui M. lo esibiva. Mi mormorò che la cosa piaceva “alle ragazze” alle quali, a sentir lui, ogni tanto faceva in modo di mostrarsi. Si sa che un po’ tutti da adolescenti ci siamo trovati alle prese con esibizioni del genere, e di solito l’altro ci sembrava più dotato. Lassù, negli ultimi banchi, l’esibizione si ripetè; poi, non si seppe come né perché, M. sparì dalla classe in cui era forse il primo nelle misure e nella spudoratezza ma certo l’ultimo in profitto. Una scomparsa altrettanto inspiegabile, ma stavolta dolorosa per me, si sarebbe verificata anni dopo, al liceo. Il mio compagno di banco (soltanto nell’ultimo anno del liceo Vittorio e io sedemmo vicini, prima eravamo fagocitati, l’uno e l’altro, da compagni desiderosi di copiare) si chiamava Oblonsky, lo voglio scrivere per intero, e dapprima non fu ammesso alle ore di religione, poi non venne più per niente: era israelita. Tornando in IV B, la mia mente si era rifiutata di associare quelle ragazze, e in genere tutte, alla vanteria del superdotato, e continuavo a guardare “la” Della Rocca e “la” Zambelli con occhi ammirati e appassionati, sostanzialmente puri. Contatti ce n’erano pochissimi, anche a ricreazione, i maschi stavano da una parte e le femmine dall’altra. C’erano però “le botte”. Qualche volta, a metà ricreazione ci prendevano a cartellate in aula, nella parte anteriore vicino alla porta. Non c’era più la vigilanza del professore e lottavamo anche fra maschi e femmine finendo perfino per terra. Io ricordo bene una volta che finii addosso “alla” Della Rocca e “le” tenni spalancate per un lungo attimo le braccia nelle maniche del grembiule nero (il liceale di oggi, ben più scafato, dovrebbe scrivere “gli tenni”?). Dopo, ci si ricomponeva senza conseguenze. Particolarmente

Giulio Andreotti

L’affettuosa solidarietà di compagni e professori (1937)

Al primo anno di liceo (1934-35) è legato il ricordo della affettuosa solidarietà avuta dai compagni e dai professori in un evento familiare terribile: la morte della mia unica sorella, diciottenne: la loro presenza al funerale fu di grande conforto, in particolare per mia madre.
La sezione C era poco numerosa; e se questo comportava interrogazioni frequenti, consentiva una facile conoscenza reciproca senza quei sottogruppi che talvolta divengono fazioni. Della qualità di alcuni dei docenti avrei capito lo spessore in seguito, attraverso gli anni. Senza voler fare graduatorie non posso non mettere in evidenza il professor Spinelli (latino e greco) che ci dedicava attenzioni particolari, invitandoci a rotazione in casa sua in via Piediluco, anche per aiutarlo a riordinare la sua biblioteca, ma per parlarci della vita in generale. Aveva precedenti di scarsa adesione al regime e nel corso di una gita scolastica a Paestum ricevemmo tante feste da un ex deputato che era che era in quella provincia come confinato. Non allineato era il professore di storia e filosofia Aldo Ferrari, valoroso combattente della prima guerra mondiale che fu arrestato durante la Repubblica Sociale e si uccise in carcere. Di alto livello scientifico era il prof. Emilio Pasquini; per fortuna il voto in fisica faceva media con quello in matematica, ed io – deboluccio in quest’ultima – ero a posto. Giovanissime le professoresse di storia dell’arte (Nava) e la supplente di chimica (Saraz).
Dopo un’iniziale difficoltà di approccio instaurarono con noi un rapporto molto costruttivo.
Forte memoria l’ho anche dei presidi. Eliseo Grossi era un ciociaro bonario, molto umano e attento a non creare privilegi per gli alunni speciali (= i figli di Mussolini) dando a tutti noi una notevole libertà, come ad esempio la possibilità di “squagliarci” durante l’ora di ginnastica.
Andammo in molti spontaneamente al suo funerale, al termine del quale Spinelli pronunciò un elogio funebre commosso: << A te non il pagano vale, ma il cristiano a Dio>>.
Subentrò Antonio Amante, un tipo umano completamente diverso, ma egualmente di buona stoffa.
Quando prendemmo la licenza liceale ci inviò a casa un cartoncino di saluto con una “vigorosa stretta di mano”.
Ma gliene incolse perché il giornale universitario <<Roma Fascista>> gli dette una bacchettata richiamandolo al saluto obbligatorio. Non mi risulta che prese il lutto per questo.
Con qualcuno dei compagni di liceo abbiamo conservato a lungo amicizia e frequentazione. Con uno di essi continuo a vedermi nei giorni di festa. Siamo nonni; abbiamo attraversato tante vicende ma qualche momento del liceo compare sempre nelle nostre conversazioni.
Purtroppo siamo rimasti pochissimi in vita.
Quando sento parlare di riforme e controriforme scolastiche penso alla mia esperienza giovanile e sono sempre più convinto che gli schemi delle leggi sono importanti, ma quel che conta davvero nella scuola è il clima che si respira, una disciplina non ottusa, e la disponibilità dei professori ad insegnare veramente.